PER IL MESE DANTESCO 2018 VALERIA MARTINI IMMAGINA UN VIRGILIO SALVATO DA NOI LETTORI: GRANDE SUCCESSO PER IL READING DI CRISTIANO PEZZI E GIOVANNI ZONZINI  

 

Lunghi e sentiti applausi hanno chiuso il secondo appuntamento del Mese Dantesco 2018, tenutosi nella serata di giovedì a Palazzo Graziani. Qui Valeria Martini, docente di lettere e latino della Scuola Secondaria Superiore della Repubblica, ha presentato ai numerosi convenuti un suo testo inedito, la pièce teatrale “La lunga sera di Virgilio. Il poeta a colloquio con l’angelo nella selva”. La docente e scrittrice ha innanzitutto introdotto il celebre personaggio dantesco, che non è solo la guida del pellegrino e l’allegoria della Ragione, ma – in quanto autore dell’Eneide – un maestro di stile e lo scrigno della saggezza e dell’humanitas antiche; egli è specialmente il “padre” dell’Alighieri (chi adotta chi?), un padre “dolcissimo”, che scompare in cima alla montagna del Purgatorio, all’arrivo di Beatrice, causando nel suo discepolo (e nel lettore) tristezza e senso di vuoto. 

Sulla scia di queste considerazioni il quesito che l’autrice si pone: e se Dante, non raccontando esplicitamente il ritorno del Mantovano nel Limbo, avesse voluto lasciare a noi lettori il compito di sperare e immaginare per lui una fine diversa? 

Sono stati Cristiano Pezzi, studente di filosofia e attore, e Giovanni Zonzini, giornalista e drammaturgo (che hanno dato voce il primo a Virgilio, il secondo al coro delle anime e all’angelo) a leggere e interpretare per i presenti questo originale e ispirato “spin-off” della Commedia.

Immediatamente ci troviamo davanti un Virgilio preso dallo sconforto, dopo l’abbandono di Dante (chi ha lasciato chi?), nei pressi della selva dell’Eden, preannunciata nelle sue fantasie di poeta classico sugli “aurea secula” (così come la venuta di Cristo nella sua ecloga IV). A questo punto egli, in un vibrante e vorticoso monologo interiore, ripercorre la visione di Beatrice che lo investe della sua missione nel Limbo, l’incontro con lo smarrito Dante nella selva oscura e le varie tappe del viaggio oltremondano in cui lui, dannato nato prima di Cristo e profeta inconsapevole e colpevole del Salvatore, è stato rivestito di un nuovo ruolo paterno, esercitato con amore e dedizione, nonostante (anzi in virtù di) limiti e fragilità.

Giunge quindi un angelo, venuto a dirgli che i lettori del poema, sospirando per il suo destino, hanno pregato il re dell’universo per la sua salvezza. Dio gli ha quindi concesso la libertà: sarà Virgilio stesso, incredulo, a decidere la sua sorte. Potrà ritornare fra i sospesi o fermarsi nella selva del Paradiso terrestre o ancora immaginare per se stesso altre vite eterne. 

Dopo che il Mantovano ha espresso il desiderio di redimere le anime del Limbo, l’angelo lo informa che ciò è già in atto: Virgilio, infatti, salvando Dante, ha riscattato non solo se stesso, ma tutto il mondo classico. Ecco che arrivano nell’Eden le anime dei sospesi, a cui Dio, su preghiera del Mantovano, ha concesso la salvezza. 

Il “duca” è stupito e grato per tale prodigio, ma lui non vuole rimanere nel giardino insieme ai suoi compagni: la selva che sente casa sua è la selva oscura, dove vuole rimanere in attesa di nuove anime smarrite da condurre alla salvezza. L’inviato divino acconsente, dicendogli però che un giorno, se vorrà, potrà ascendere in Paradiso. “Vedrò Dio?” chiede Virgilio. “L’hai già visto” risponde l’angelo.

Con questa squisita e ispiratissima rapsodia metaletteraria, valorizzata dalla strepitosa performance dei due giovani interpreti, Valeria Martini ci dimostra l’eterna riscrivibilità della grande letteratura e soprattutto ci insegna, con George Steiner, che solo il lettore, come ben avevano intuito i medievali (Dante lettore di Virgilio docet), può far vivere e rendere grande un’opera letteraria. Anche fraintendendola.

 

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